E' doloroso in questi giorni pensare a qualcosa di diverso dalla morte di mio padre, e del resto impossibile.
E' in ogni gesto, in ogni parola. Si è imposta nel corso della mia vita e l'ha rivoluzionata, perché se tutti abbiamo perso un uomo, io ho dovuto rinunciare anche alla mia vita, o quantomeno metterla in stand by.
Un beffa della sorte, se dopo aver passato mesi ad interrogarmi se fosse meglio rimanere a Parigi o tornare in Italia, proprio nel momento in cui con decisione avevo scelto di continuare a rimanere lontana, un evento così tragico ed imprevedibile mi abbia strappata alla mia quotidianità e ai miei progetti per riportarmi qui.
Ieri dopo aver riempito le mie valigie di vestiti e oggetti ho chiuso le finestre, staccato il contatore, chiuso il rubinetto dell'acqua e poi ho guardato con gli occhi lucidi quei 26 metri quadri di indipendenza che mi sono guadagnata con tanti sacrifici e tanto impiego di tempo, soldi, energia.
Li ho salutati senza sapere se e quando tornerò.
Trovo abbastanza ironico anche che nel momento in cui ho deciso di portare avanti dei progetti "altri", tra cui questo diario sulla mia vita parigina, sia il momento in cui la mia vita parigina si fa da parte.
E' come se avessi due occhi nuovi, ma il cuore è sempre lo stesso e sempre più segnato e sofferente.
Life is a long way to go. Diario semiserio di un esilio volontario dall'altra parte delle Alpi.
domenica 11 marzo 2012
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martedì 28 febbraio 2012
Ironie e beffe della sorte
Un uomo esce di casa per andare a pescare, in una limpida mattina di febbraio.
Il cielo è terso, il sole chiama già la primavera.
Quell'uomo non farà mai più ritorno a casa.
Il giorno dopo verrà ritrovata la sua macchina, diligentemente parcheggiata davanti al molo, poi la sua barca capovolta, poi verso sera il suo corpo senza vita, appeso come una speranza ad un salvagente inutile.
Sembra un articolo di cronaca nera.
Invece è la storia della mia famiglia, la fine di mio padre.
Non so dire con parole il mio dolore, lo stupore e l'angoscia sono troppo grandi.
Mi aspetto di sentirlo risalire dalle scale con il suo passo pesante, vorrei, quanto vorrei poterlo sgridare e prendere a male parole perché ci ha fatti stare in pensiero. Eppure non verrà.
Lui che da giovane aveva trovato "per scherzo" il corpo di un uomo morto, scomparso da giorni, nel lago, è scomparso pure nel lago.
Ringrazio Dio di avercelo ripescato, temevo che non ce lo avrebbero mai più tirato fuori.
In un primo tempo i sommozzatori volevano addirittura utilizzare il robot che nei giorni scorsi era al Giglio. Te lo immagini papà, stavano per scomodare il V.I.P. dell'immersione subacquea per te?!
Questa mattina ci hanno convocato per riconoscere la salma. Nella camera mortuaria dell'obitorio di Gravedona era disteso su un letto di alluminio. Aveva la stessa faccia di quando si addormentava sulla sedia e io lo scuotevo un po' per il braccio dicendogli: "Vai di sopra a dormire, che tra un po' cadi alla sedia". Lui mi rispondeva: "Adesso vado" e un secondo dopo era di nuovo lì a dondolare in avanti.
Aveva la stessa faccia ma le mani fredde fredde e quegli occhi chiusi che non si apriranno più.
Mia madre gli ha fatto una carezza sulla guancia, col dorso della mano. Tutto il suo amore è lì, in quella carezza. Tutto il suo amore per l'unico uomo che ha conosciuto nella sua vita, l'uomo con cui ha condiviso gli ultimi 34 anni di vita matrimoniale, professionale, tre figli. E in 34 anni mio padre e mia madre non si sono mai tenuti il muso, non è passato un solo giorno degli ultimi 34 anni in cui non si siano parlati.
Tra pochi giorni avrebbero festeggiato l'anniversario di nozze.
A me rimarrà il ricordo dei suoi sorrisi, di quella complicità che avevamo io e lui, delle conversazioni in macchina andando al supermercato "perché se non faccio la spesa io, qui non c'è mai niente di buono da mangiare" - e giù pizze surgelate, gelati e caramelle gommose - delle liti a sfondo politico, del suo sguardo orgoglioso il giorno della mia laurea con 110 in russo, del suo sarcasmo, del dialetto "perché il dialetto è la base della cultura", di quell'unica volta in 30 anni in cui mi ha detto: "Io sono fiero di te e lo sai come stanno le cose nel mio cuore".
Ciao papà, spero che tu possa continuare a pescare su uno specchio d'acqua per sempre.
Vorrei poterti dare ora quell'abbraccio che non ti ho mai dato.
Ciao.
Il cielo è terso, il sole chiama già la primavera.
Quell'uomo non farà mai più ritorno a casa.
Il giorno dopo verrà ritrovata la sua macchina, diligentemente parcheggiata davanti al molo, poi la sua barca capovolta, poi verso sera il suo corpo senza vita, appeso come una speranza ad un salvagente inutile.
Sembra un articolo di cronaca nera.
Invece è la storia della mia famiglia, la fine di mio padre.
Non so dire con parole il mio dolore, lo stupore e l'angoscia sono troppo grandi.
Mi aspetto di sentirlo risalire dalle scale con il suo passo pesante, vorrei, quanto vorrei poterlo sgridare e prendere a male parole perché ci ha fatti stare in pensiero. Eppure non verrà.
Lui che da giovane aveva trovato "per scherzo" il corpo di un uomo morto, scomparso da giorni, nel lago, è scomparso pure nel lago.
Ringrazio Dio di avercelo ripescato, temevo che non ce lo avrebbero mai più tirato fuori.
In un primo tempo i sommozzatori volevano addirittura utilizzare il robot che nei giorni scorsi era al Giglio. Te lo immagini papà, stavano per scomodare il V.I.P. dell'immersione subacquea per te?!
Questa mattina ci hanno convocato per riconoscere la salma. Nella camera mortuaria dell'obitorio di Gravedona era disteso su un letto di alluminio. Aveva la stessa faccia di quando si addormentava sulla sedia e io lo scuotevo un po' per il braccio dicendogli: "Vai di sopra a dormire, che tra un po' cadi alla sedia". Lui mi rispondeva: "Adesso vado" e un secondo dopo era di nuovo lì a dondolare in avanti.
Aveva la stessa faccia ma le mani fredde fredde e quegli occhi chiusi che non si apriranno più.
Mia madre gli ha fatto una carezza sulla guancia, col dorso della mano. Tutto il suo amore è lì, in quella carezza. Tutto il suo amore per l'unico uomo che ha conosciuto nella sua vita, l'uomo con cui ha condiviso gli ultimi 34 anni di vita matrimoniale, professionale, tre figli. E in 34 anni mio padre e mia madre non si sono mai tenuti il muso, non è passato un solo giorno degli ultimi 34 anni in cui non si siano parlati.
Tra pochi giorni avrebbero festeggiato l'anniversario di nozze.
A me rimarrà il ricordo dei suoi sorrisi, di quella complicità che avevamo io e lui, delle conversazioni in macchina andando al supermercato "perché se non faccio la spesa io, qui non c'è mai niente di buono da mangiare" - e giù pizze surgelate, gelati e caramelle gommose - delle liti a sfondo politico, del suo sguardo orgoglioso il giorno della mia laurea con 110 in russo, del suo sarcasmo, del dialetto "perché il dialetto è la base della cultura", di quell'unica volta in 30 anni in cui mi ha detto: "Io sono fiero di te e lo sai come stanno le cose nel mio cuore".
Ciao papà, spero che tu possa continuare a pescare su uno specchio d'acqua per sempre.
Vorrei poterti dare ora quell'abbraccio che non ti ho mai dato.
Ciao.
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sabato 25 febbraio 2012
Play it again, Sam
Alle volte ho l'impressione che la mia vita sia un ripetersi ciclico di parole, di situazioni, di sensazioni, di stati d'animo. E in un certo senso ho ragione, la vita è un ciclo che si ripete sempre: penso alla notte che segue sempre il giorno, alla primavera che segue sempre l'inverno, ai peli che rispuntano sempre - sigh - dopo l'epilazione, al mal di testa che implacabile arriva la mattina dopo una sbronza, al brufolo che perseguita il mento dopo un panino al salame, alla vergogna che arriva quando si è alzata la voce là dove non c'era bisogno.
Eppure più mi guardo indietro e più mi rendo conto che siamo sempre noi, siamo sempre gli stessi, ma non saremo più noi.
Non potrò più avere la possibilità di aver avuto un fidanzatino che faceva il mio stesso corso in università, non potrò mai più aver fatto l'Erasmus a Barcellona, non potrò mai più aver imparato a suonare il violino da bambina o essere andata a danza o al corso di tennis quando avevo 8 anni. Non sarò mai stata a Cuba per i miei 30 anni, non avrò mai scoperto Parigi per la prima volta con l'uomo della mia vita e purtroppo non avrò mai scritto il mio primo romanzo a 27 anni.
Quello che voglio dire è che anche se ci sembra che la nostra vita sia una ripetizione di atti, gesti, parole, quasi in un rituale del tedio del quotidiano, mentre il tempo passa, la nostra vita scivola via dalle nostre dita e piano piano si chiudono sempre più porte di quelle innumerevoli che potremmo imboccare.
Dalla consapevolezza della non eterna gioventù paradossalmente mi deriva un senso di serenità, di solidità del vivere. Perché adesso so che non è più solo primavera ancora una volta, ma ogni volta è una nuova, unica primavera, che rimarrà cristallizzata nella mia memoria in quanto tale.
Eppure più mi guardo indietro e più mi rendo conto che siamo sempre noi, siamo sempre gli stessi, ma non saremo più noi.
Non potrò più avere la possibilità di aver avuto un fidanzatino che faceva il mio stesso corso in università, non potrò mai più aver fatto l'Erasmus a Barcellona, non potrò mai più aver imparato a suonare il violino da bambina o essere andata a danza o al corso di tennis quando avevo 8 anni. Non sarò mai stata a Cuba per i miei 30 anni, non avrò mai scoperto Parigi per la prima volta con l'uomo della mia vita e purtroppo non avrò mai scritto il mio primo romanzo a 27 anni.
Quello che voglio dire è che anche se ci sembra che la nostra vita sia una ripetizione di atti, gesti, parole, quasi in un rituale del tedio del quotidiano, mentre il tempo passa, la nostra vita scivola via dalle nostre dita e piano piano si chiudono sempre più porte di quelle innumerevoli che potremmo imboccare.
Dalla consapevolezza della non eterna gioventù paradossalmente mi deriva un senso di serenità, di solidità del vivere. Perché adesso so che non è più solo primavera ancora una volta, ma ogni volta è una nuova, unica primavera, che rimarrà cristallizzata nella mia memoria in quanto tale.
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venerdì 24 febbraio 2012
Mimiche da hostess
Una cosa che mi affascina da anni ogni volta che prendo l'aereo è osservare lo stile personale con cui ogni assistente di volo interpreta quel grazioso balletto che si svolge prima del decollo, ovvero l'indicazione delle uscite di sicurezza poste all'interno della cabina.
Ognuna le indica con più o meno grazia, con più o meno leggiadrìa; alcune invece sono proprio essere dotati della stessa delicatezza di un lottatore di sumo e gongolano in maniera scomposta gesticolando con lo steward in fondo al corridoio, manzetta da spiaggia perennemente color bronzo da cui corrono a dimostrazione finita per spettegolare sulla messa in piega anni Ottanta della signora nella quinta fila, o del rompicojoni che si è seduto in ultima fila e non ne ha voluto saperne di tenersi sulle ginocchia il suo Woolrich e le quattro bottiglie di Moët da esibire in società per far spazio ai bagagli degli altri passeggeri.
Mi piace anche guardare in che modo ognuna di loro mima l'applicazione della maschera per l'ossigeno su naso e bocca. A dire il vero ricordo distintamente di un party alcoolico irlandese in cui al sommo della demenza euforica usammo dei cappellini di carta muniti di elastici per improvvisare un concorso sulla migliore imitazione della sequenza della maschera per l'ossigeno. Credo di ricordare anche che il concorso si interruppe bruscamente al primo rigurgito nel suddetto cappellino.
L'apoteosi poi la si raggiunge al momento fatidico del giubbotto di salvataggio. Al di là del fatto che si vede benissimo che nessuna di loro ha voglia di infilarsi quella roba stinta e vagamente fetusa (non credo che li passino mai in lavatrice quei gilet), si sa che il giallo sta bene a chi ha una carnagione come minimo da brasiliana. Anche in questo caso ognuna ha un personalissimo stile di tiro alla fune (mi riferisco ai due tasselli rossi su cui si deve tirare - mi raccomando SOLO UNA VOLTA FUORI DALL'ABITACOLO - per gonfiare il giubbotto). Il tutto si conclude sempre con l'abile mossa per cui vi rimandano alla scheda plastificata su cui sono riportate le istruzioni, che se tanto mi da tanto deve avere una carica batterica innominabile, date le mani attraverso cui quotidianamente passa (non credo che tutti i passeggeri abbiano la mia stessa idea di igiene, e soprattutto so che il 93% dei passeggeri ne approfitta per fare una capatina alla toilette subito prima dell'imbarco).
Insomma, mi piace guardarle queste povere cristiane, che si ridicolizzano svariate volte quotidianamente davanti ad un pubblico di un centinaio di persone di diverse nazionalità per portare a casa la pagnotta. Ma ognuna con il suo stile, con la sua dignità.
Ognuna le indica con più o meno grazia, con più o meno leggiadrìa; alcune invece sono proprio essere dotati della stessa delicatezza di un lottatore di sumo e gongolano in maniera scomposta gesticolando con lo steward in fondo al corridoio, manzetta da spiaggia perennemente color bronzo da cui corrono a dimostrazione finita per spettegolare sulla messa in piega anni Ottanta della signora nella quinta fila, o del rompicojoni che si è seduto in ultima fila e non ne ha voluto saperne di tenersi sulle ginocchia il suo Woolrich e le quattro bottiglie di Moët da esibire in società per far spazio ai bagagli degli altri passeggeri.
Mi piace anche guardare in che modo ognuna di loro mima l'applicazione della maschera per l'ossigeno su naso e bocca. A dire il vero ricordo distintamente di un party alcoolico irlandese in cui al sommo della demenza euforica usammo dei cappellini di carta muniti di elastici per improvvisare un concorso sulla migliore imitazione della sequenza della maschera per l'ossigeno. Credo di ricordare anche che il concorso si interruppe bruscamente al primo rigurgito nel suddetto cappellino.
L'apoteosi poi la si raggiunge al momento fatidico del giubbotto di salvataggio. Al di là del fatto che si vede benissimo che nessuna di loro ha voglia di infilarsi quella roba stinta e vagamente fetusa (non credo che li passino mai in lavatrice quei gilet), si sa che il giallo sta bene a chi ha una carnagione come minimo da brasiliana. Anche in questo caso ognuna ha un personalissimo stile di tiro alla fune (mi riferisco ai due tasselli rossi su cui si deve tirare - mi raccomando SOLO UNA VOLTA FUORI DALL'ABITACOLO - per gonfiare il giubbotto). Il tutto si conclude sempre con l'abile mossa per cui vi rimandano alla scheda plastificata su cui sono riportate le istruzioni, che se tanto mi da tanto deve avere una carica batterica innominabile, date le mani attraverso cui quotidianamente passa (non credo che tutti i passeggeri abbiano la mia stessa idea di igiene, e soprattutto so che il 93% dei passeggeri ne approfitta per fare una capatina alla toilette subito prima dell'imbarco).
Insomma, mi piace guardarle queste povere cristiane, che si ridicolizzano svariate volte quotidianamente davanti ad un pubblico di un centinaio di persone di diverse nazionalità per portare a casa la pagnotta. Ma ognuna con il suo stile, con la sua dignità.
giovedì 23 febbraio 2012
Mezzanotte passata...
... e i lavori in basso continuano ancora...
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mercoledì 22 febbraio 2012
Questioni di vicinato
Stamattina appena appoggio i piedi fuori dal letto la vicina serba del secondo piano mi manda un sms per prendere il caffè insieme. Mi guardo allo specchio e subito vedo che non è cosa.
A ruota inizia il vicino del locale commerciale del piano terra barra primo piano, che sta ristrutturando. E via con la samba quotidiana di trapani e martelli.
Alle quattro del pomeriggio si sveglia il bambino della vicina del quarto piano, e come al solito si mette a correre come un cavallo imbizzarrito, io attonita ascolto con l'impressione che non sia un solo bambino ma una muta di elefanti in calore.
Quando esce per fare la passeggiata ci si mette la dirimpettaia con la portoghese del quarto piano a fare conversazione sul pianerottolo. Sfollano solo quando passano i vicini cinesi del quinto piano, li riconosco dagli effetti sonori (si sa che in Cina è considerato irrispettoso soffiarsi il naso, sicchè i cinesi hanno preso la tromba delle scale per la loro sputacchiera personale).
La multiculturalité, chère Madame!
A ruota inizia il vicino del locale commerciale del piano terra barra primo piano, che sta ristrutturando. E via con la samba quotidiana di trapani e martelli.
Alle quattro del pomeriggio si sveglia il bambino della vicina del quarto piano, e come al solito si mette a correre come un cavallo imbizzarrito, io attonita ascolto con l'impressione che non sia un solo bambino ma una muta di elefanti in calore.
Quando esce per fare la passeggiata ci si mette la dirimpettaia con la portoghese del quarto piano a fare conversazione sul pianerottolo. Sfollano solo quando passano i vicini cinesi del quinto piano, li riconosco dagli effetti sonori (si sa che in Cina è considerato irrispettoso soffiarsi il naso, sicchè i cinesi hanno preso la tromba delle scale per la loro sputacchiera personale).
La multiculturalité, chère Madame!
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Forse capita solo a me...
... di pensare che se desidero qualcosa, quel qualcosa non si realizzerà mai solo in virtù del fatto che io a quella cosa ci sto pensando. Anzi, quella cosa stava quasi per realizzarsi, ma poi acciderboli, ci ho pensato e ho cambiato il corso del destino.
Ma siccome penso molto, moltissimo, troppo, se così fosse farei prima a ritirarmi in un eremo in Tibet e cercare di raggiungere il Nirvana nel più breve tempo possibile.
Allora certe volte penso anche che ci son state cose nella vita che ho fortemente desiderato, per le quali ho lottato e che ho avuto. E allora posso andare a dormire col sorriso.
Ma siccome penso molto, moltissimo, troppo, se così fosse farei prima a ritirarmi in un eremo in Tibet e cercare di raggiungere il Nirvana nel più breve tempo possibile.
Allora certe volte penso anche che ci son state cose nella vita che ho fortemente desiderato, per le quali ho lottato e che ho avuto. E allora posso andare a dormire col sorriso.
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A mali estremi...
E fu così che finì a letto con latte caldo e brandy... sigh sigh...
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martedì 21 febbraio 2012
Di preghierine e principi azzurri
Ieri sera, mentre in apnea mi rigiravo nel letto cercando la posizione meno scomoda per dormire con la bocca aperta, ovviamente ho pensato al mio principe azzurro.
Mi è venuto in mente che da quando ho 11 anni circa ogni sera al momento di addormentarmi penso a lui. A dire il vero prima pensavo al mio principe azzurro e dicevo le preghierine della buona notte. Anzi, dicevo le preghierine affrettandomi perché non vedevo l'ora di poter fantasticare sul mio principe azzurro. Poi è sopraggiunta la crisi mistica, e con essa abbiamo smesso di dire le preghierine. Le fantasticherie sul principe azzurro però sono rimaste.
Non so quando arriverà e che lingua parlerà, il mio principe azzurro. Avrà braccia forti e un bel sorriso, sarà dolce e non mi importa che mi faccia ridere.
Ogni sera me lo immagino in una situazione diversa: una volta io sono una principessa in un castello medievale e lui è un cavaliere del Sacro Graal, una volta siamo dei Neanderthal e viviamo in una grotta, ci scaldiamo con il fuoco e c'è un'umidità pazzesca (però in queste fantasie non ho mai dolori alla cervicale, sarà che son proprio fantasie). Un'altra volta sono io e lui è lui (con un punto interrogativo al posto della faccia - ça va sans dire), siamo su una spiaggia e ci abbracciamo in un tramonto degno dei migliori poster in vendita a Les Halles.
Non sarà mai che 'sto principe a furia di immaginarmelo così figo lo sto tenendo alla larga?!
Principe, se ci sei, batti un colpo, chè qui iniziamo a soffrire di insonnia!
Mi è venuto in mente che da quando ho 11 anni circa ogni sera al momento di addormentarmi penso a lui. A dire il vero prima pensavo al mio principe azzurro e dicevo le preghierine della buona notte. Anzi, dicevo le preghierine affrettandomi perché non vedevo l'ora di poter fantasticare sul mio principe azzurro. Poi è sopraggiunta la crisi mistica, e con essa abbiamo smesso di dire le preghierine. Le fantasticherie sul principe azzurro però sono rimaste.
Non so quando arriverà e che lingua parlerà, il mio principe azzurro. Avrà braccia forti e un bel sorriso, sarà dolce e non mi importa che mi faccia ridere.
Ogni sera me lo immagino in una situazione diversa: una volta io sono una principessa in un castello medievale e lui è un cavaliere del Sacro Graal, una volta siamo dei Neanderthal e viviamo in una grotta, ci scaldiamo con il fuoco e c'è un'umidità pazzesca (però in queste fantasie non ho mai dolori alla cervicale, sarà che son proprio fantasie). Un'altra volta sono io e lui è lui (con un punto interrogativo al posto della faccia - ça va sans dire), siamo su una spiaggia e ci abbracciamo in un tramonto degno dei migliori poster in vendita a Les Halles.
Non sarà mai che 'sto principe a furia di immaginarmelo così figo lo sto tenendo alla larga?!
Principe, se ci sei, batti un colpo, chè qui iniziamo a soffrire di insonnia!
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Distorsioni
Siccome per il momento so che NESSUNO passerà di qua, mi sento in quella posizione confortevole che consente di fare tutto... quella sorta di illusione che gli altri non ci vedranno perché siamo dentro ad un guscio di protezione.
Un po' come quando ci si scaccola in macchina fermi al semaforo insomma...
Un po' come quando ci si scaccola in macchina fermi al semaforo insomma...
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C'est la vie
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Parigi, Francia
E' ufficiale...
... ho il raffreddore :/
Proprio adesso che avevo epurato il Camembert puzzone dal frigo.
C'est la vie!
Proprio adesso che avevo epurato il Camembert puzzone dal frigo.
C'est la vie!
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lunedì 20 febbraio 2012
Calcio d'inizio
Un blog... un altro?!
Mentre scrivo queste parole mi chiedo io stessa se sia davvero necessario aggiungere inutile sproloquio al blaterare della blogosfera che già conta innumerevoli, inutili, contributi.
Peraltro nel mio caso non si tratta neppure della prima volta in cui apro un blog.
E proprio recentemente ho voluto spazzare via quello che rimaneva della precedente esperienza in una specie di moto iconoclasta che ben si addice al mio umore del periodo, al mio percorso di rinnovamento.
La sfida sarà aggiornare questo blog regolarmente, giacchè so io stessa che tanto sono preda dei facili entusiasmi del principiante, quanto mi adagio mollemente sugli allori disaffezionandomi rapidamente anche alle imprese più stimolanti.
Vedremo.
Intanto per ora tempo da perdere ne abbiamo.
Allora se qualcuno dovesse passare di qua e avesse voglia di compartecipare delle mie nefandezze quotidiane: piacere!
P.S.
Parbleu, mi sono appena accorta che il vestitino che ho scelto per il mio blog non c'entra un benemerito con la Russia nè gli asini, forse forse con gli altri.
Mentre scrivo queste parole mi chiedo io stessa se sia davvero necessario aggiungere inutile sproloquio al blaterare della blogosfera che già conta innumerevoli, inutili, contributi.
Peraltro nel mio caso non si tratta neppure della prima volta in cui apro un blog.
E proprio recentemente ho voluto spazzare via quello che rimaneva della precedente esperienza in una specie di moto iconoclasta che ben si addice al mio umore del periodo, al mio percorso di rinnovamento.
La sfida sarà aggiornare questo blog regolarmente, giacchè so io stessa che tanto sono preda dei facili entusiasmi del principiante, quanto mi adagio mollemente sugli allori disaffezionandomi rapidamente anche alle imprese più stimolanti.
Vedremo.
Intanto per ora tempo da perdere ne abbiamo.
Allora se qualcuno dovesse passare di qua e avesse voglia di compartecipare delle mie nefandezze quotidiane: piacere!
P.S.
Parbleu, mi sono appena accorta che il vestitino che ho scelto per il mio blog non c'entra un benemerito con la Russia nè gli asini, forse forse con gli altri.
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